TERZA TAPPA: JABAL DOURIS

L’obiettivo di Second Generation Aid è quello di aiutare persone in difficoltà, a prescindere dalla nazionalità o dai luoghi. I pazienti di Jabal Douris erano prevalentemente libanesi. Solo alcuni di loro venivano dal campo vicino.

Siamo stati accolti da una giovane donna, madre di tre figli, nella sua casa di montagna, una villetta rustica e tradizionale nelle forme e nell’arredo. Una stanza era interamente dedicata alle visite otorinolaringoiatrie, che sono state 29, un’altra, più luminosa, riservata alla dottoressa Lucia, che ha visitato 36 pazienti.

Questo giorno a Jabal Douris ci ha dato l’opportunità di conoscere Khodor, un giovane del posto che lavora nella farmacia a pochi km dalla casa in cui Second Generation Aid stava operando. Grazie a una serie di fortunate coincidenze, Khodor ha saputo della nostra presenza e ci ha raggiunti per chiederci se volevamo una mano. Si è presentato parlando in italiano: Khodor aveva vissuto e studiato per sette anni in Italia. Era incredibile. A  3000 km dall’Italia, in un paesino della valle della Bekaa, un ragazzo libanese ci chiede, con forte accento triestino,  se abbiamo bisogno di una mano. E così accompagna le visite di Lucia nelle vesti di mediatore linguistico, rivelandosi un’ottima risorsa per il nostro lavoro.

È in questa tappa che Maria Luisa e Lucia, confrontandosi nella pausa pranzo come si fa davanti ad un caffè, rilevano di aver visitato un numero statisticamente significativo di patologie allergiche riconducibili all’inquinamento atmosferico. Sembrerebbe inspiegabile a tutta prima, trattandosi di insediamenti aperti, disseminati nella campagna…tutto ci diventa chiaro più tardi quando Khodor ci parla di spazzatura che viene bruciata poco distante, sulla collina. Un’altra “terra dei fuochi” è qui!

Al termine delle visite, nel primo pomeriggio, Khodor si offre per accompagnarci al campo siriano di Jabal Douris, una quarantina di tende sparse qua e là che ospitano famiglie siriane provenienti per lo più da Homs. In Libano i profughi siriani vivono in campi informali: non vi è alcun tipo di coordinamento né di controllo e, sebbene la “tenda” sia il filo conduttore comune, si possono trovare situazioni diverse tra loro, da agglomerati di centinaia di tende a stanziamenti solitari.

 

 

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