SETTIMA TAPPA: IL CAMPO DI CHATILA

Durante le precedenti missioni, erano emersi casi gravi di ipoacusia, molte delle quali di tipo post-traumatico, sui bambini che molto probabilmente erano da protesizzare.

La dottoressa Carucci questa volta ha fortemente voluto partire attrezzata dall’Italia di uno strumento in grado di fare diagnosi di secondo livello, onde poter intervenire successivamente per il recupero dell’acusia uditiva mediante protesi.

Nel cuore di entrambe è riposto il ricordo di Arafat, un bambino di 6 anni, incontrato nel campo di Chatila, che mostra una ipoacusia talmente grave da richiedere l’ausilio di una maestra di sostegno. Se questo progetto è nato è grazie ad Arafat.

In questa missione sono state portate a termine visite su adulti e bambini.

Dei diversi esami audioimpedenziometrici effettuati, in nessun caso è stato necessario il ricorso ad una protesi.

Naturalmente,  in questa missione siamo tornati a Chatila proprio per fare il test sul nostro piccolo amico: sono lieta di comunicare che, grazie alle cure mediche fornite nel corso della visita precedente, il suo deficit uditivo si è ridotto al punto da non avere necessità di protesi.

 

 

 

INCONTRO CON JAMILA, COORDINATRICE DELLA SCUOLA DI CHATILA (di Federica Avanzini)

È un paese che non ti respinge né ti accoglie, è un paese a cui sei indifferente. Non farà nulla per facilitarti, né nulla per allontanarti. È una strategia psicologica di respingimento passivo. Non gli servono muri, non gli servono blocchi, porta le persone a voler andarsene di propria volontà.

Arrivi e sei immerso nello smog che offusca mente ed occhi, non sei di nessun interesse per nessuno, tutti sono troppo impegnati a inferocirsi nel traffico e alienarsi all’interno del proprio nucleo mobile. Ognuno pensa a sé stesso e non ha voglia di comunicare con te. Ogni parola è centellinata con il contagocce, come se facessero uno sforzo sovraumano a parlarti, ad avere un dialogo con te. Non vieni respinto, ma nemmeno accolto.

Ti devi guardare le spalle sempre, e sospettare di tutti, perché non sai se a fregarti sarà il povero o il professionista. Si crea una situazione di ostilità e attrito nascosto che rende tutto difficile, torbido, sospettoso, che ti logora e porta allo sfinimento, finché non sei tu per primo a decidere di fuggire, in qualsiasi modo.

Ma non tutti cedono, anzi, alcuni fanno della resistenza la loro forza vitale, ciò che gli permette di proseguire, di vivere. Mi riferisco a tutti i palestinesi sparsi per il paese che ormai dal 1948 hanno visto mutare la loro situazione provvisoria in un cerchio senza inizio né fine. È il caso di Aziza in Wavel camp. È il caso di Jamila in Chatila camp. È il caso di molte altre donne leader che purtroppo non abbiamo potuto conoscere.

Chatila è un groviglio di fili. Jamila, coordinatrice della scuola di Beit Atfal Assumoud, vive nel campo dal 1958. È nata a Balbeek, nel 1954, ma la sua intera famiglia era già presente in Libano dal 1948 quando i nonni per primi lasciarono Ajouni, il villaggio delle rose vicino ad Haifa, in cerca di un futuro.
In quegli anni il governo libanese divideva i profughi siriani tra i campi del nord e del sud per distribuirli equamente su tutto il territorio, Beirut all’epoca era troppo sovrappopolata, troppo piena di palestinesi, e loro furono inevitabilmente indirizzati a Balbeek. Ma forse fu meglio così. L’aria di Shatila è insalubre, la gente si ammala respirando, vivendo. Le case di mattoni con il tetto in metallo diventano forni d’estate e celle umide d’inverno. Jamila stessa dopo pochi anni si ammalò e il padre, elettricista, fu costretto a scegliere di rinunciare al lavoro per ritornare a Balbeek, per la salute di sua figlia.

Se chiedi a qualsiasi palestinese quale sia la priorità nella sua, nella loro vita, non ti elencherà mai elementi materiali come il cibo o una casa. Ciò che è importante è l’educazione. Con l’istruzione puoi accedere a tutto il resto, è la base, la sorgente della vita: conoscendo i propri diritti si può avere accesso a qualsiasi cosa, e lottare per qualsiasi cosa. Il padre di Jamila sosteneva la stessa causa, e ha trasmesso questo ideale anche alla figlia. “Preferisco non mangiare, ma tu devi andare a scuola”.
Jamila ebbe la possibilità di frequentare una scuola privata libanese, laureandosi in letteratura araba nel 1981. Un nuovo inizio per lei. Ma nel 1981 inizia anche una guerra che ha portato tanta privazione quanto cambiamento, e ridefinizione dei rapporti sociali.
Quando le chiedo se è sposata e ha figli la risposta è sempre associata alla guerra, tutto viene rimandato e legato ad un contesto di privazione.
Nel 1981 Jamila, neolaureata, non stava per diventare moglie di qualcuno, ma leader del campo di Chatila: per dieci anni la vita si fermò, tutti gli uomini lasciarono il Libano privando le ragazze della possibilità di avere un marito, conferendo loro al tempo stesso maggiore autorità e facoltà decisionale sul territorio.

Jamila, cos’è cambiato dal 1982? Tutto. Una totalità alienante di distruzione e miseria, dalle case alle relazioni. “Siamo palestinesi, cosa credi, noi le cose ce le prendiamo lavorando. Non vogliamo la pietà” mi dice. Ma poi riconosce che senza lavoro non è possibile procurarsi nulla. E il lavoro non c’è più da quel giorno.
In passato l’UNRWA provvedeva a coprire ogni spesa medica e a fornire qualsiasi cibo, dalla frutta alla carne, tutto. Nel campo c’era persino una cucina e un’ambulanza che portava direttamente in ospedale chi stava male, e la scuola era libera, gratuita. Quando la guerra iniziò l’aiuto diretto venne sostituito con un trasferimento di soldi, 30 dollari ogni tre mesi per ogni nucleo familiare. Poi improvvisamente iniziarono a selezionare famiglie in situazioni di estrema difficoltà a cui dare questa somma, sostanzialmente per comprare beni di prima necessità, prevalentemente cibo.
Oggi le Nazioni Unite non supportano le famiglie in nulla, non sostengono nemmeno i costi delle medicine per il cancro, e gli unici aiuti provengono da sponsor esterni come le ong o i governi stessi.

Cos’altro è cambiato, Jamila? Contemporaneamente al crollo dei sevizi, alla crescente insostenibilità delle condizioni di vita, la popolazione continua ad aumentare. Nel 1948 a Chatila vi erano 4000 palestinesi, oggi se ne contano circa 23000. Il campo non si è esteso, è solo cresciuto in altezza sorretto dai fili elettrici che fanno da edera alle case. Inutili fili elettrici per un’elettricità che non viene mai fornita regolarmente e quotidianamente. Tre ore di giorno e di notte possono bastare, a volte anche meno.
Oggi, per far fronte alla carenza di luce, molte famiglie decidono di condividere il costo e l’energia di alcuni generatori di corrente che vengono venduti per 100 dollari. Potrebbe anche essere un tampone al problema se non funzionassero a benzina creando ancora più rischi e disagi dell’assenza in sé di luce: i fumi tossici vengono scaricati direttamente sui vicoli, ad altezza umana, ed inalati dalle persone. In questo i bambini sono le prime vittime di malattie croniche come asma e allergie respiratorie.
Non sono mai scoppiati? Si, ogni tanto accade che i generatori si incendino. Ma lo sai, nessuno si prende cura del campo dal 1982. “We try to solve the problem, but it is on the top”.
Un problema a 360 gradi che tocca anzitutto i beni di prima necessità: elettricità, cibo, acqua. Nel campo l’acqua che arriva è salata, ovviamente non potabile. L’acqua per bere si deve comprare. Lavano se stessi e il cibo con acqua salata, per poi lasciarli un po’ in quella dolce, acquistata.

Jamila, ma in tutti questi anni a Chatilla, in Libano, non hai mai pensato di andartene? O di cambiare nazionalità?
Mia cara, se qualcuno prende la tua borsa per strada, ti borseggia, tu urli che quella borsa è tua. E urli forte. E allora perché non si può fare con la propria terra? E soprattutto, a prescindere da qualunque nazionalità io possa acquisire, io sono palestinese, e rimango palestinese. Qualche mese fa una donna in visita al campo  mi ha fatto la stessa domanda, io le ho chiesto da dove veniva, e lei mi ha risposto che era giapponese. Ma poi parlando mi diceva che viveva in America da quando era nata e che il Giappone lo aveva visto solo due volte nella vita. E quindi io le ho chiesto, ma non è la stessa cosa? Tesoro…io sono nata qui, mi piace il Libano. Ho contribuito all’economia di questo Paese, ho lavorato per questo Paese, ma non sarò mai libanese. Ogni volta che torno qui mi accorgo che stavo meglio lontana da Beirut.

 

Condividi la nostra storia sui tuoi social!

Facebook
Facebook
Google+
http://secondgenerationaid.it/settima-tappa-il-campo-di-chatila">
Twitter