10 marzo 2018

Fino a due giorni prima della partenza gli ostacoli ci sembrano insormontabili; le certezze acquisite sul territorio libanese sono saltate tutte e Maria Luisa ed io nutriamo seri dubbi sul partire o meno.

Questa volta Lina non potrà accompagnarci negli spostamenti e per la prima volta dovremo servirci di un autista da lei scelto, che sarà anche la nostra “sicurezza”.
Non sappiamo neanche come si chiama costui e non sappiamo cosa ci attende in realtà. Sembra un salto nel buio e ancora mi domando se occorra più coraggio o più incoscienza nel portare avanti certe scelte.

A entrambe vengono in mente i volti dei tanti bambini già curati e che sembrano aspettarci. Ritroviamo così la forte motivazione che ci spinge a decidere di partire.

“Siamo onorati del vostro arrivo in Libano e vi diamo il benvenuto.” Questa frase magica dell’altoparlante, emessa subito dopo l’atterraggio, sembra risvegliarci dal torpore: realizziamo di essere arrivati, e che la nostra missione ha davvero inizio.

 

 11 marzo 2018

Partenza alle 7.00 da Beirut. Facciamo la conoscenza dell’autista, Wissam, a cui tanto è affidato sulla riuscita di questi giorni. Ci accompagna il nostro amico Jacopo, cooperante di “Un ponte per…”, la cui presenza ci rassicura molto.
Questo giorno è dedicato alle scuole di MAPS e la destinazione è EL MARJ, frequentata da quasi 500 piccoli, su due turni.
Terminiamo verso le 16.30 e contiamo 45 visite in dermatologia e 35 di otorino.
Non posso non osservare l’altissima incidenza di verruche (circa il 40% dei visitati) e prima di allontanarci lo segnalo alla dirigenza della scuola. Penso che sia un altro dei miei compiti quello di dettare norme di igiene ambientale (disinfettare bagni e banchi con varechina) e personale (lavare spesso le mani col sapone),  ma ben presto ritorno alla realtà rendendomi conto che ciò che manca in questi posti è proprio l’ACQUA.
Non resta che porre particolare attenzione ai casi di lesioni multiple, curando con le vitamine l’immunità di queste creature.

 

12 marzo 2018

Oggi siamo andate sole alla Bekaa, forti dell’appoggio dei dirigenti locali di MAPS. Appena arrivate nella sede siamo andate nella vicina farmacia a comperare i farmaci che ci mancavano (soprattutto antibiotici orali) e poi siamo giunte nel campo di Al Awda verso le 10.30. Situazione simile a quella del giorno precedente: ci siamo accomodate nel container che funge da ufficio direttivo e sistemate ai lati della scrivania.
La cosa penosa è stata la comunicazione. Ad aiutarci c’era solo un insegnante impegnato a tradurre su due fronti. Presto ci siamo sentite travolte da aspettative a cui non poter dare risposta e tutto questo ci ha reso ogni singola visita tre volte più gravosa del solito. Senza contare che lui si era piazzato tra noi due e spesso mi toccava tradurre anche in inglese per aiutare Maria Luisa. Non so se riesco a dare un’idea del gran disordine che ben presto si è creato all’interno del piccolo ambiente che ci ospitava…è stato tutto veramente molto difficile. Al termine della giornata abbiamo visitato circa la metà dei bambini di ieri (25 io, 15 Maria Luisa) con il doppio della fatica. Abbiamo giusto fatto uno spuntino col tè e alle 16.00, sulla strada del ritorno, ci siamo fermati per uno snack e un caffè.

13 marzo 2018

Oggi ci rechiamo nella sede di MAPS, dove incontriamo Mohammed Salemi, che ormai è diventato un amico. La scuola del mattino è situata nel campo di Al Rahma. Ad accoglierci, oltre a Mohammed, il direttore Anwar, persona molto gradevole e dal sorriso accattivante.
La prima cosa che osservo in questo posto sono i colori…Ad esempio, la facciata del container adibito a ufficio della direzione è dipinto di color rosa shocking. Intorno, sui muri esterni, sono stati appesi dei poster dipinti dai bambini e per terra un finto prato verde che cerca di nascondere parte del brecciolino.
Mi fa tanto piacere quando vengo ringraziata per i colori che avevo donato l’anno scorso. Evidentemente sono stati utilizzati per rendere l’ambiente più gradevole e questo mi ha reso molto felice.
Come pure quando il direttore ha tirato fuori da un ripostiglio il kit di pronto soccorso, anche questo dono di una delle missioni dello scorso anno, mostrandomi come alcuni prodotti fossero terminati. Mi ha dato così occasione di rifornirlo nuovamente, sapere cosa ha gradito di più o è stato più utile nel corso dell’anno, ma soprattutto di rendermi conto che nel kit mancava un termometro! Provvederemo nel corso di questa missione a rifornire ogni scuola di uno strumento per la rilevazione della febbre.
Il tempo scorre veloce in questa stanza, visitiamo in grande armonia, nonostante ci manchi un traduttore per Maria Luisa. Questa è la conferma di quanto sia importante l’energia delle persone che abbiamo intorno. Abbiamo respirato sorrisi e positività in questa scuola. Durante la ricreazione addirittura si mette la musica da un altoparlante per invitare i bambini a scatenarsi nella danza. Per un attimo dimentichiamo di essere qui.

 

Il pomeriggio è dedicato al campo di Saadnayel.

Questa località è quella dove in passato, e non so ancora il perché, mi è capitato di osservare e curare diversi casi di ustioni. Rivedo Maher, un bambino che ora ha tre anni, sulla cui gamba appena ustionata un anno fa mi è capitato il triste compito di pulizia e medicazione. Ora non piange più, sebbene il ricordo del trauma sia ancora vivo in lui. Osservo un lungo cheloide neoformato, ma nel complesso non c’è retrazione e la situazione obiettiva è migliore di quello che ci si poteva aspettare. Ho con me dei cerotti di silicone portati dall’Italia e informo la mamma. Il volto le si illumina…
Al termine delle visite di dermatologia si contano solo 18 bambini, nulla rispetto a prima! Le prime volte che sono venuta in questi luoghi, i numeri erano tre o quattro volte superiori. Le patologie erano differenti e per lo più infettive. L’anno scorso, ad esempio, l’impetigine è stata rappresentata nelle sue forme più varie, talora anche gravi, dal momento che nessuno l’aveva diagnosticata e curata in tempo.
È dunque soprattutto in questa scuola, nel pomeriggio di martedì, che comincio a fare le mie considerazioni circa l’utilità del lavoro svolto fin qui. Non c’è paragone rispetto alle prime volte. Questo vuol dire che l’attenzione, le cure idonee somministrate e, soprattutto, la formazione degli insegnanti unita all’applicazione di norme di igiene ambientale hanno dato i frutti sperati. Sono molto felice perché tutto ciò conferma la nostra intuizione e ci dà la forza di portare avanti l’idea e pensare di esportarla anche in altri luoghi estremi del mondo. Ne parlo anche con Maria Luisa, che è la prima collega ad avermi dato fiducia e ad essersi messa davvero in gioco.
Per ora siamo piccolissimi e questo potrebbe essere un sogno, ma ho imparato che bisogna saper sognare in primo luogo per sviluppare l’idea che porterà ad una realizzazione futura…
Nel campo di Saadnayel visitiamo fino alle 17.30. All’imbrunire lasciamo questo insediamento di container che funge da scuola. Il tempo di qualche foto con il tramonto e la gioia nel cuore. Rientro a Beirut per le 19.30, cotti di fatica.

15 marzo 2018

Oggi interrompiamo il nostro avanti-indietro per la Bekaa e ci dedichiamo ai palestinesi residenti nel campo profughi di Chatila, a Beirut. Maria Luisa ed io eravamo già state in questo campo, a novembre, ma l’impressione è sempre la stessa: sbarra all’ingresso, strade strettissime da costringerci all’alternanza, puzza di scarico e inquinamento ambientale ad estremi indicibili. Sopra a tutto ciò, un senso di oppressione legato al sovraffollamento e al non poter godere del sole se non a piccoli spicchi nel cielo. Le case sono alte, le strade minuscole, non c’è ricambio d’aria e le condizioni di luce naturale scarsissima obbligano all’uso continuo di luci al neon.
Jamila, la direttrice scolastica, ci viene incontro e ci guida nei vicoli fino alla scuola. Cominciamo a lavorare verso le 9.15. Presto mi rendo conto che il lavoro per me è scarso tra questi bimbi palestinesi, mentre il lavoro per Maria Luisa abbonda e di casi anche seri.
A noi si aggiunge ben presto Giulia, la cooperante italiana di “Un ponte per…”. La sua presenza, come altre volte, si rivela molto utile per Maria Luisa, essendo la sua figura a metà strada tra la traduttrice e la mediatrice culturale. Il lavoro scorre veloce anche se le visite sono molte e qualche volta anche un po’ lunghe per il settore otorino, data la necessità che alcuni hanno di seguire una terapia chirurgica di tonsille e/o adenoidi.

 


Al termine di tutto, in dermatologia sono stati visitati 25 bambini, la maggioranza dei quali (17) non presentavano patologie evidenti. Solo 8 mostravano qualcosa da prendere in cura. Questo si presta ad alcune considerazioni circa lo stile di vita dei palestinesi: benché privati della libertà, in uno stato di sovraffollamento come se fossero in carcere, hanno però accesso all’acqua, vivono in case edificate e sono informati sui concetti generali dell’igiene personale.
Ben poco possono invece sull’igiene ambientale, che è assai compromessa e che giustifica l’altissima incidenza di allergie e patologie delle prime vie aeree, come dimostrato dall’altissimo numero di visite di Maria Luisa.
Nei saluti, come la volta scorsa, queste donne palestinesi si presentano con un regalino per noi. Questa volta è un manufatto dei bimbi realizzato per la festa della mamma: un vaso di coccio con un fiore di carta crespa avvolto nel cellophane.
Anche questo: avere spazio nella propria vita per la gratitudine, mi dà conferma delle loro migliori condizioni di vita rispetto ai siriani. Ora in Libano i siriani sono sfollati e sono i poveri dei poveri! Nelle loro piccole classi su container non c’è spazio per i lavori  manuali in questo momento, o per la musica (se non quella degli altoparlanti). È qui che si potrebbe inserire un ambizioso progetto educativo per il futuro. Per questo Maria Luisa ed io decidiamo di voler dedicare il nostro poco tempo residuo ad operare tra la popolazione siriana. Domani ci attende il campo più povero: El Faour.

Giovedì 14 marzo

Appuntamento con Wissam alle 7, direzione Bekaa.
Arriviamo direttamente nel campo di El Faour perché Lina ormai è una maestra e può insegnare agilmente la strada.

Il  nostro arrivo è stato annunciato ed i saluti affettuosi che le vengono rivolti sono molti e colmi di nostalgia. Comprendo da questo cerimoniale quanto la sua figura sia mancata negli ultimi mesi. Lei ha rappresentato il raccordo tra Beirut, le farmacie, le medicine e la Bekaa.
Oggi è nuovamente qui con noi, con la sua energia travolgente e contagiosa.
C’è una gran confusione all’interno del piccolo container, tanto che ad un certo punto Maria Luisa sbotta, perché non si capisce più nulla. I suoi casi sono numerosi e qualche volta complicati; viene richiesta concentrazione soprattutto nella scelta della dose giusta di antibiotico. Il periodo in cui stiamo visitando (tardo inverno/primavera) ci mostra tutte le patologie derivanti dal freddo a cui sono sottoposti questi bimbi negli insediamenti su tende e nel suo caso le tonsilliti croniche sono numerosissime.
Il grido di Maria Luisa, assolutamente inatteso, dopo un iniziale shock che ripristina l’attenzione, ben presto viene dimenticato e il casino generale torna a impadronirsi dell’ambiente.
Intorno a me si avvicendano maestri vari che parlano un po’ di inglese che comunque mi consentono di lavorare e ai quali va la mia gratitudine.
Verso le 12,30 finiamo il turno di mattina e le nostre visite nella scuola di El Faour, insediamento più povero fra i poveri.
Io conto solo 15 visite. È un miracolo, mi dico! Qui in passato i pidocchi non si contavano e la scabbia la faceva da padrona.

Dopo uno spuntino al volo, verso le 14.30, raggiungiamo l’istituto per orfani al confine con la Siria di Dar El Hanan. È un grande collegio in muratura dove si respira aria di pulito e dove anche Maria Luisa sembra finalmente rilassarsi. Siamo qui principalmente per portare farmaci ad un giovane con molluschi contagiosi.
Circa 9 visite per me e una quindicina per Maria Luisa in questo posto pulito e non polveroso che quasi ci dispiace dover lasciare. Ci viene facile osservare quanto sia meno oneroso visitare in buone condizioni di igiene ambientale e non nelle situazioni estreme dei campi che spesso ci hanno messo a dura prova di pazienza. Con questa esperienza dagli orfani si conclude per questa volta la parte operativa che ci siamo prefissati.